DAMIEN part.2

06Lug08

Damien part. 1

Dopo quel giorno non lo vidi per qualche tempo, e rimasi invaghita con questo ricordo di Damien lisergico. Lo rincontrai una sera, ad un concerto di musica sperimentale, i ragazzi sul palco indossavano una specie di tuta musicale, con piatti, sonagli e cose a me sconosciute, che come si muovevano producevano melodie sconclusionate, ed un altro individuo losco suonava una tastiera scassata mentre ogni tanto lanciava petardi sul palco.  Damien era lì, appoggiato al muro che guardava disinteressato davanti a lui e sorseggiava una birra media. Appena lo vidi il cuore mi balzò in gola, lui fortunatamente si girò e mi riconobbe subito, quasi come avesse un sesto senso, sentiva che lo avevo visto, e mi fece cenno di avvicinarmi. Corsi subito da lui, quasi sulle punte da quanto la sua visione mi faceva sentire leggera. Mi chiese se mi piaceva la serata, risposi che ero con un mio amico, ma che avevo ripiegato lì solo perchè non c’era altro in giro.
Ero infatti rifinita là insieme a Marco, un tipo che conoscevo da due mesi neanche, trapiantato a Firenze da un paesino dimenticato da d’io nel Molise. Marco era carino, ma terribilmente vuoto dentro che faceva spavento.
“qual è il tuo amico?”
Feci un cenno con la testa indicando la direzione giusta, entrambi lo guardammo, stava parlando con due ragazzi, a quanto pare aveva incontrato suoi amici.
Dissi, decisa, di andarcene. Damien accennò un mezzo sorriso, e senza avvertire Marco ce ne andammo di corsa da quell’insensato inferno musicale.
Prendemmo la sua macchina, che era nera e carina, direzione centro storico, era aprile e fuori tutto si faceva più allettante. Nello stereo i Cramps e dal finestrino le luci veloci della città, sfrecciava al volante fumando lucky strike. Il capitano e la piratessa.
Sotto i portici di piazza della Repubblica conoscemmo una coppia, ci scroccarono una sigaretta, avranno avuto una trentina d’anni non compiuti, lui ci disse che era un artista, la sua compagna un’attrice di teatro, due tipi veramente strambi, più di noi, ricordo che parlavano di sé compiaciuti ma quasi stanchi di ripetere le solite cose. La ragazza aveva dei capelli biondi e lunghi, sfibrati e sfilacciati, senza trucco, era veramente carina nonostante il suo aspetto sbiadito. Era vestita di rosso scarlatto. Si allontanarono un attimo a scroccare un’altra sigaretta ad un passante, e in quell’attimo il volto di Damien si illuminò, sussurrandomi nell’orecchio che gli occhi dei due tipi erano tutti neri, e che sicuramente si facevano di coca.
I due tornarono, eravamo seduti su una panchina, tra turisti curiosi e musiche classiche che riecheggiavano nella piazza dal bar di lusso, la giostra illuminata, pochi giri di parole e Damien persuase i due a portarci a casa loro.
Avevano detto di abitare in un monolocale all’ultimo piano che dava sul ponte vecchio, io già mi immaginavo quale lusso ci aspettava. Lui artista e lei teatrante, credevo fosse un open space stupendo pieno d’arte. Invece già l’entrata non era delle migliori, un palazzo decrepito come gli altri del centro di Firenze, scale ripide e interminabili, grigie, polverose, e spalancata la porta di casa: lo chiamavano monolocale, in realtà era un tugurio.
In questa stanza c’era soltanto un divano viola, che diventava letto, un enorme armadio a parete coperto di specchi, e una piccola scrivania, in un angolo, sopra la quale c’era l’unica finestra sciatta senza nemmeno le tende. Una finestra orizzontale, e piccola, che riusciva a far sembrare ancora più claustrofobico il tutto. In fondo, una porta con dentro un bagno, minuscolo. La cucina non esisteva.
In questo aborto di monolocale, i due avevano due buste piene di cocaina, e delle pasticche. Li tenevano nascosti nel cassetto della scrivania. Damien e il ragazzo si misero a sedere sul divano, io mi presi l’unica sedia che esisteva nella stanza, e la ragazza si accomodò sulla scrivania, accavallando le gambe come una segretaria lasciva. Il mio cervello vergine mi dette segnali di curiosità, spingendomi verso questi paradisi artificiali, e difatti quella sera mi ammazzai. Provai la cocaina, attendendo chissà quali fantastici effetti, credevo fosse uno sconvolgimento totale, mentre invece riuscì a fare di quegli attimi i  più belli della mia vita, una sensazione indotta così magica e inquietante allo stesso tempo. Sono dell’idea che le droghe, come le più svariate situazioni, vanno provate se ne sentiamo il desiderio, ma senza dipendere da esse. La curiosità della sperimentazione è lecita. Non ha senso vivere rifiutando ciò che la realtà ci offre, spesso provare paura e totale rifiuto verso quello che è proibito, quando invece in altri ambiti e ere storiche era permesso per non dire curativo.
Li chiamavano “i bacetti”, piccole pasticche ruvide e polverose rosa chiaro, che spezzavano con i denti e mandavano giù come caramelle, il tutto accompagnato da strisce larghe di coca, stese sul retro di un violino malmesso, sembrava tutto così surreale. Chiesi alla ragazza se sapeva suonare il violino, e Stella (questo il suo nome, che mi disse poi essere falso) rispose che l’aveva fregato dalla scena di un teatro due anni prima, e divenne la sua superficie stupefacente. Era decadente. Mi disse anche che non voleva sniffare dallo specchio, perché vi si rifletteva la sua immagine, e non le piaceva. La faceva sentire in colpa. Prese un bacetto, lo teneva sull’indice. Lo osservò per un istante che parve eterno, era scolpita nel tempo, mi dette un’occhiata fugace, e se lo mise in bocca in modo molto sensuale. Con la stessa mano mi prese la testa avvicinandola alla sua, e con un bacio delicato e dolcissimo mi passò la pasticca. Era amara, mescolata al sapore anestetizzante di cocaina, la buttai giù ignara delle conseguenze, ormai ero là ed ero felicemente dentro a questo turbinio di veleni amari. Damien tirava coca come un forsennato, i suoi occhi verdi erano magici perché la pupilla improvvisamente ingrandita rendeva il suo sguardo attraente, profondo. Presumibilmente non si accorse che Stella mi aveva baciata, da quant’era preso a farsi. Mi piacque baciare Stella, forse perché ero piena di dopamina tra le fessure sinaptiche che mi amplificavano le emozioni rendendo tutto così bello e magnetico. Quasi la percepivo come sorella incestuosa.
La serata proseguì tra discorsi incredibilmente interessanti, sembravamo quattro migliori amici che si ritrovavano dopo anni di separazione. Dopo un numero indefinito di ore mi ritrovai accanto a Damien, e appoggiai la testa sulla sua spalla, socchiudendo gli occhi.
Il tempo non aveva più senso, ero in una dimensione parallela che si ergeva come monumento imperiale nella mia mente, una sorta di apertura del terzo occhio che fino a quel giorno era sigillato, un’immersione fantastica di sensazioni e visioni esotiche, solo mie. Tre donne vestite di verde alzavano un enorme sipario scarlatto quanto il sangue, lasciando spazio ad un buio irreale, dal quale emergeva una donna dai capelli lunghi fino a terra e neri, completamente nuda dipinta di azzurro splendente, aveva con sé un tamburo con un foro nel mezzo. Un colpo al tamburo, ed una pioggia argentata fuorisciva dalla fessura del tamburo e si riversava sulla visione, le gocce si tramutavano in piccole meteore che lasciavano una scia preziosa, andandosi ad unire tutte insieme creando un enorme corvo dorato, che aprì le sue ali e avvolse facendo scomparire la donna azzurra, forse una dea ancestrale appartenente di chissà quale mitologia lontana, come inghiottita nel ventre di un mito archetipico. Potevo assaggiare l’odore della pioggia, agrodolce, e toccare la scomparsa femminile. Il corvo dorato chiuse le sue ali ed io spalancai gli occhi. L’odore cambiò, era l’odore dolce di Damien, di maschio sensuale, avevo voglia di baciarlo e fare l’amore con lui. Damien passò il suo braccio attorno al mio corpo scosso dalle visioni, mi strinse forte a sé, e ci scambiammo uno sguardo che parlava veramente da solo. Non ho idea di cosa dicesse il suo, il mio era carico di passione seppur avessi gli occhi stravolti dalla chimica.
Ce ne andammo storditi, le luci del Ponte Vecchio si innalzavano al cielo per tuffarsi nell’Arno, una brezza mi accarezzava i capelli ed avevo i brividi di gioia. Istintivamente presi la mano di Damien, lui la strinse forte. Eravamo come privati della parola, seguivamo entrambi i nostri passi che si fermarono sulle scale degli Uffizi. Come giunti in un cerchio magico, un luogo soltanto nostro, ci sedemmo là, e di fronte a noi l’incanto dell’arte rinascimentale. “ho avuto un presagio”, dissi ad alta voce, più a me stessa che a Damien, pensando alla visione della donna azzurra e del corvo dorato, e bastò guardarci negli occhi per far scattare automatico un bacio lento, mentre il mio cuore si era sdoppiato in altri mille cuori pulsanti e frenetici, che sentivo nel petto, in gola, nello stomaco, dritti nel cervello, mi abbandonai a quel bacio e a quelli successivi come si fa per un sogno tanto atteso.  A Damien piaceva mordicchiare il mio labbro inferiore, probabilmente non riusciva a stare fermo con la bocca come succede quando fai troppe pasticche, ne sentiva l’esigenza, assecondavamo le nostre manie situazionali, andava cercando la mia schiena sotto la maglia. Non appena la trovò mi inarcai come quando si raggiunge il culmine del piacere, le sue mani fredde sulla mia pelle erano un binomio perfetto, ed in quel momento mi resi conto di amarlo, proclamandolo padrone ufficiale del mio cuore.



3 Responses to “DAMIEN part.2”  

  1. 1 Federkca

    Mamma mia Kiara, Damien è il francese che ballava la capoeira????????????????? Me lo ricordo!!!! Fai “a modo”!!!! :)
    by
    la tua amica pisanaccia

  2. 2 emil(y) sinclair(e)
  3. 3 chiaracat

    :)

Leave a Reply