il canto del cigno
Decido stasera in fretta di andare a cena con il ragazzo inglese; così, estemporaneo, d’altronde me l’ha chiesto in modo così carino che dire di no sarebbe stato un sacrilegio umano; mando all’aria tutti i piani precedenti.
doccia, pettine, di corsa la gonna e scarpe contemporaneamente, prendo le sigarette le butto nella borsa, quella di plastica verde a pois rossi, prendo le chiavi, accendino, il portafogli c’è già, mi sto scordando il cellulare, ci penso un attimo, lo porto lo lascio; lo porto. of course. L’asfalto emana calore indecente, la strada in discesa, il vento caldo che non è scirocco mi rincorre, arrivo e lui è già lì, con un cappello vintage e i jeans ancora di più. Mi è piaciuto molto il modo in cui mi ha preso il viso per darmi il bacio dei saluti, molto passionale seppur si trattasse di un bacio appunto di saluto, e questa cosa mi fa sorridere beatamente.
Mi offre la cena, birra grande, si va all’ex carcere femminile, che ora c’è una corte-simil-interna, dei massi, una struttura d’acqua, che a vederla sembra vetro, con le luci verde chiaro, basse, parliamo parliamo parliamo, è scattata l’ora, dalle otto sono diventate le dieci, mi spiace mi aspettano gli altri, lui va a fare le foto allo skate park, io vado sotto dante e aspetto gli altri, lui ride quando gli dico che vado sotto dante, e mi riprende il viso con quella mano fantastica per darmi quel bacio sincero di arrivederci.
E’ presto, il tempo si è dilatato, devo aspettare ancora una buona mezzora, non so perchè ho travisato pensando fosse l’ora giusta; niente scazzi, mi metto sugli scalini, e dante sopra di me come se fosse il mio santo personale. Santa Croce è vuota. Passa un ragazzo, sandali camicia candida capelli neri che sembra buio, come gli occhi vagamente orientali, ma forse mi sto sbagliando. Accende una cicca con il mio accendino, mi piace conoscere gente che viene da lontano, e sempre curiosa chiedo ma che cazzo ci sei venuto a fare in italia; perchè è vero; e mi rendo conto che qui a firenze io c’ho fatto il canto del cigno da quanto non se ne può più.
Si chiama Fatos ed ha un sorriso smagliante, e gli occhi che raccontano, vorrebbe andare al mare dice ma deve lavorare e inizia a decantare la sua terra, una sorta di luogo mentale di consistenza interiore, terra psichica, emotiva, un centro d’origine senza corpo, ma non per questo meno effettiva e fondante. La sua velata nostalgia è diventata quasi archetipica e la tensione perenne del desiderio del ritorno somiglia alla tensione che provoca il viaggio. Nel mentre ha tirato su una canna, ce la fumiamo, mi offre una birra magicamente fresca, tutto è così tranquillo, e il falso scirocco si è tramutato in brezza leggera. L’attesa va saputa sfruttarla. L’ho imparato da poco, avendo la costante sensazione di stare sempre in attesa di qualcosa, ogni momento e ogni attimo prevedeva la smania del raggiungimento di quello dopo, e mi convincevo che la vita non è altro che un’eterna attesa. Cambiando angolazione, si cambia prospettiva, si trasforma la percezione traendone beneficio. L’attesa non va ingannata, perchè la implicherebbe comunque in modo subdolo.
Quando arrivano i miei amici, ho bevuto tre birre fresche e fumato due canne tutte gentilmente offerte, ed un venditore di rose me ne ha regalata una in cambio di qualche tiro. Splendente e felicemente soddisfatta. Vedi, la bruttezza del diffidare da chi non è come te? L’alterità che si trasmuta sotto gli occhi.
Di ritorno, costeggio il cimitero inglese a caccia di fuochi fatui, ma si sono spenti e tutto è fermo.
Bisogna assolutamente, lasciare questa città; il canto del cigno
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