Damien
Prima sono andata a comprare le sigarette, e ho rivisto Damien, il mio fidanzatino di quando avevo 19 anni;
non mi ha vista, ero dentro al bar e lui fuori che è passato e basta, ma che ci fai qua nel mio quartiere? avrei voluto corrergli dietro e stampargli un bacio sulla fronte, ma ho pagato e me ne sono andata a casa. Però mi ha fatto rivenire in mente tutta la nostra storia malsana, non ci penso mai, ma quando capita mi fa sentire una piratessa.
Damien è un signorino corrotto dal viso d’angelo e dal cuore irrequieto. Viveva da solo nella casa di sua madre, francese, sposata con un italiano, ma attualmente emigrata in Sud Africa. L’appartamento era enorme, un attico elegante e quello era il miglior biglietto da visita per ostentare un mucchio di soldi. Ogni tanto passava la domestica a pulire e riordinare, asciugamani morbidi e scintillanti, tende celesti e lunghe del salone, le piante d’appartamento, tantissime, il bagno lucente, la vasca ovale, nera, il letto sommerso di cuscini, che sembrava più grande di quelli matrimoniali.
Una sera la mia migliore amica del momento mi portò a casa di Damien, ed è stato così che l’ho conosciuto. Questa mia amica era molto incline alla distruzione, infatti a casa di Damien c’era tutto il necessario per tale attività. All’epoca ci annoiavamo un pò tutti pur avendo tutto, la scintilla della disobbedienza che si faceva sempre più luminosa. Ma soprattutto la grande curiosità di sperimentare situazioni alternative da tutto questo finto piattume. Quella sera eravamo in cinque compresa me, li conoscevo tutti più o meno, c’era questa mia amica, il suo ragazzo onnipresente, e alcuni loro amici che automaticamente erano diventati anche miei da un paio di mesi, anche se li frequentavo strettamente in compagnia della suddetta amica. E poi c’era Damien, che quando venne ad aprirci la porta era già barcollante. Il suo appartamento era conosciuto come “la Casa dello Sballo Generale”, appellativo che col tempo poi passò alla casa di Rossella, perchè Damien smise di fare sballi generali, ed era ospite di qualsiasi tipo di situazione e aneddoti tossici che a raccontarli sembravano divertenti. Non notai subito quanto fosse carismatico Damien, neanche lo guardai bene, ero presa a guardarmi intorno, ad ammirare il candore di quella casa che in realtà era la più marcia di tutta la città. La porta d’ingresso dava su un enorme salone bianco e rosso, finestre alte che prendevano quasi tutta la parete, un open space elegante, tende eteree quasi brillanti, due divani scarlatti predisposti a elle, tanti cuscini, e nel mezzo un elegante tavolo da fumo di vetro pesante, sul quale erano appoggiati due sacchetti di carta, un coltellino, delle cartine, una scatola di latta consumata ai lati verde, un portafogli. Ci siamo fumati un paio di canne tra un bicchiere di vino e l’altro, la casa era così grande e familiare per i miei amici che dopo due ore eravamo tutti sparpagliati per l’appartamento, la mia amica e il suo ragazzo si presero in discussione e erano andati sul balcone, altri giocavano alla playstation, io, Damien e un altro ragazzo eravamo rimasti in salotto. Non partecipavo molto alla discussione, ascoltavo divertita le loro storie di persone che conoscevano e per me erano dei completi sconosciuti, fino a che il suo interlocutore non venne rapito da una voce che lo chiamava nell’altra stanza. Fu lui a parlarmi per primo, mi disse che era stupito perchè non mi aveva mai vista in giro, e così parlammo dei posti che frequentavamo, continuando a buttare giù vino rosso. Durante la nostra conversazione notai i lineamenti dolci e armoniosi che aveva, le mani grandi con le ossa in vista, gli occhi verdi, aveva un’aura di dannazione che lo avvolgeva, l’eleganza disinvolta che assumeva mentre beveva vino, mi stavano facendo innamorare. Gli chiesi come mai aveva quel nome, e mi spiegò le sue origini francesi, lui mi disse che avevo un taglio orientale degli occhi e mi chiese divertito se avevo un parente nascosto in thailandia, non so come mai ma questa cosa deve averlo divertito molto, da tanto che sorrideva, o forse era semplicemente sbronzo.
Mi disse che aveva degli acidi da consumare, glieli aveva lasciati sua sorella prima di partire per l’India insieme a suo marito, e questa storia alimentava l’attrazione malsana che era appena nata e già cresceva dentro me. Rifiutai gentilmente l’acido, in compenso finii la bottiglia di rosso aprendone automaticamente un’altra, e iniziava a girarmi la testa, ma ero felice.
Damien mi portò con sè nella sua camera, mi fece vedere Mezzanine, dei Massiv Attack, ma era troppo scoordinato per riuscire a metterlo su, così lo feci io. Stava iniziando il suo viaggio, ed io ero la sua traghettatrice, e ci fissammo sulle mani, quella sera. Sdraiati entrambi sul suo letto enorme, giocavamo con le mani alzate sopra i nostri occhi, Damien prendeva le mie, con lo sguardo scolpito in una mistica contemplazione fatta di chissà quali visioni esterne alla concretezza della realtà tangibile, un rapimento incantatore che prese anche me, assecondavo il suo stupore e mi disse che vedeva l’universo dentro le mie mani. Siamo stati in contemplazione del cosmo corporeo per delle ore, vagando a libere associazioni mentali, e dopo altre canne e bicchieri di vino, ci addormentammo vicini, con le mie dita strette tra le sue e innamorati.
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Ma che poesia. Un ricordo e una scrittura stupendi, teneri e precisi entrambi. “…con lo sguardo scolpito in una mistica contemplazione fatta di chissà quali visioni esterne alla concretezza della realtà” è davvero notevole.
Concordo, molto carino davvero