mi sveglio in una camera d’albergo una mattina dopo l’altra senza sapere chi sono, niente oggetti personali in giro a cui attingere la memoria. non in fuga nè in viaggio di affari o di piacere, mi distraggo immersa in una vasca tiepida. senza troppa fretta ma nemmeno con calma scendo le scale e vado ad appoggiare la faccia stropicciata su una tazza di tè. il servizio lascia a desiderare o è troppo costoso, le coperte sono troppe o troppo poche per la latitudine, quale che sia; la sveglia è la compagna indesiderata del mio continuo risveglio, non richiesto nè graduale. tiro le tende a chiudere fuori il paesaggio in modo che l’angolo di mondo in cui mi trovo sia assolutamente intercambiabile con un altro qualunque; pretendo hotel dalle cui finestre non si veda l’insegna o cerco alberghi con lo stesso nome di quello prima e di quello prima ancora. scelgo il vestito come nuovo di lavanderia dalla valigia (intatta). mi sposto ancora e ancora, latte e cicoria, tè e biscotti, nulla, per scoprire le variabili delle disponibilità del giorno.

l’altro giorno camminavo sulla scogliera a passo di luna aspettando che l’acqua scendesse abbastanza da farmi entrare tra le pareti. La faina era uscita dal folteto e arricciava il naso di fianco a me.
‘non sono brava con i dialoghi’, le dissi; lei tirò fuori il fumo, lo infilzò su di un suo artiglio sottile come su un ago e cominciò a scaldarlo con l’accendino.
‘cosa pensi di fare?’ le chiesi, dopo qualche altro minuto di silenzio imbarazzante.
la faina aspirava forte e aggrottava gli occhi attraverso una minuscola nuvola bianca.
‘arrivederci’, le dissi, irritata, e scesi dalla scogliera verso le mura scoperte per tornare a rovistare tra i miei detriti. la faina mi seguì a passo d’uomo.

l’uomo che passa per la strada appena fuori dalle porte a vetro della hall ha un cappello di feltro a tesa larga e fuma una pipa incrinata. il mio primo istinto è di inseguirlo per chiedergli da quale recesso della mia filmografia privata crede di sbucare, invece rimango seduta al tavolo a sorbire il tè. fisso l’occhio sul fondo della tazza finchè non riesco a vedermi riflessa. vedo gettate le fondamenta per la faccia che avrò fra qualche anno, ammesso e non concesso che in questo posto gli anni passino davvero. mi sveglio in una camera d’albergo senza sapere chi sono ogni giorno, e il tempo è diventato un concetto abbastanza relativo.

mi importa abbastanza relativamente dei miei quadri e cassetti e dei loro contenuti, e sono ancora meno interessata a pavimenti e soffitti. per quanto mi riguarda può restare tutto quanto dov’è, e i coralli e gli echinodermi possono crescerci sopra a grappoli. sto cercando un oggetto prezioso, ma non so di che si tratta. di certo quando lo troverò si metterà a scintillare, non prima. ho idea che la faina sappia cosa sto cercando, ma non me lo voglia dire. ho idea che in realtà alla faina non freghi un cazzo di me.

e mi risveglio, senza effetti personali nè una traccia da fiutare.



One Response to “MA USIAMO UN PO’ DI METAFORE”  

  1. 1 ninastrich

    davvero evocativo

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